Translate

domenica 26 agosto 2012

IL LATO OSCURO



Qualche settimana fa, una lettera a Luca Dini, il Direttore di VANITY FAIR, mi ha molto colpito e fatto ripensare ad un pensiero di Erich Frommche ha completamente ribaltato il mio (e di molti altri, credo) modo di vedere le cose.

La lettera era di una ragazza che raccontava di essere stata lasciata dopo 5 anni e "sostituita come un vecchio paio di scarpe rotte". La ragazza affermava di non riuscire a farsene una ragione, anche pensando che, a 24 anni, aveva alle spalle un 110 alla Bocconi, un assessorato nel proprio paesino, un'esperienza in missione tra bambini bisognosi d'amore...
Diceva che chi l'aveva lasciata non aveva pensato nemmeno per un secondo al suo (di lei) bene e che quella persona aveva un lato oscuro di cui lei non si era "mai neppure accorta"...

Ecco, questo aveva attirato la mia attenzione: il parlare con esecrazione del "lato oscuro" dell'altra persona, come fosse un delitto e non la più coinvolgente caratteristica dell'essere di ciascuno...

Così sono andata a ricercare le parole di Erich Fromm. Eccole:


"Dopo che lo sconosciuto è diventato intimo, non ci sono più barriere da superare, né segreti da penetrare. La persona "amata" ci è nota come noi stessi. O, forse, farei meglio a dire altrettanto sconosciuta. Se si potessero sondare le profondità dell'altra persona, se si riuscisse a penetrare interamente la sua personalità, essa non diventerebbe mai così familiare, e il miracolo di superare le barriere potrebbe rinnovarsi ogni giorno. Ma per la maggior parte della gente, la propria personalità, e quella degli altri, è presto esplorata ed esaurita."


Stiamo onorando davvero l'inestimabile regalo che una persona ci fa a spartire la sua vita con la nostra, se non concepiamo nemmeno che abbia un "lato oscuro", ovvero la libertà dell'affermazione del proprio essere? Lo stiamo onorando, se è vero che nemmeno ci siamo accorti, non dico della sua intenzione di "sostituirci", ma, prima di ogni cosa, dello spazio che stavamo lasciando e che, con ogni evidenza, abbiamo lasciato poi vuoto?

Naturalmente, non c'è nessuna colpa in questo. La realtà è che, nonostante la perdita di un rapporto sia tra i dolori più devastanti della vita, il più delle volte, in maniera assurda, semplicemente ci dimentichiamo di mettere in atto l'impegno incessante e necessario del rispetto verso chi ci sta accanto... 

Rispetto è respicere, ovvero guardare e, soprattutto,  volgersi a guardare l'altro così come è.


venerdì 17 agosto 2012

ALLA CORTESE ATTENZIONE DEL MITO

Ecco dunque la storia di ROSANNA MARANI e dell'uomo che ama, che ha amato e che amerà per sempre... da 40 anni...


Alla cortese attenzione del mito
Lucido ghiaccio di specchio, appariva quella strada che rifletteva promesse di amore e impazzito vento, sospiravano le tue parole.
Era piena estate.
Là, a picco sul mare, mentre il cielo si sbizzarriva a sfumare le tempeste di grandine in arrivo.
Un chicco alla volta che cadeva e centrava il clangore di quell’incontro.
Io non lo sapevo neppure, ero già nelle tue braccia, inerme, l’alloro al dio pagano, godereccio, vanitoso e possente.
Maschio granitico sul suo piedistallo.
Tua da subito, irrazionalmente tua, per la summa dei giorni già passati, per quelli che avevo ancora da impegnare, per quelli che avevo da buttare, per quelli che avevo da sognare.
Mi rammento.
Apparisti in fondo alla sala, piena di gente che ballava la propria inquietudine sulla pista accaldata.
Apparisti nel punto dove si mischia il fumo con la goccia di vodka che scivola dal bicchiere, già ubriaco.
E fu il vapore che come un velo scivolato lentamente a terra, scoprì il tuo sguardo sul bordo di quel bicchiere.
Una frazione di eternità, quello sguardo, il tuo, lo portavo in me come bagliore, fin da quando ero.
Un tremito, un sussulto e quel bagliore!
Mi lasciai prendere per mano, incollata al tuo petto, dove lo sterno singhiozzava. E mi permetteva di ascoltare i suoi singulti.
Noi due, la stessa emozione di illusione, la stessa spira d’angoscia.
Ti amo, ti amo, ti amo.
Ti amo, ti amo, ti amo.
Questo si dicevano le nostre parole mute.
L’urlo che solo noi potevamo sentire, si librò nel lembo della nostra assoluta, assurda sintonia.
Sfoglia la margherita, appena sbocciata, strappa le erbacce che crescono spontanee sulle lapidi della paura e fammi nascere di nuovo.
Ancora nuda, senza camicia di forza, tabula rasa su cui incidere la tua cura di me.
Questo chiedevo, questo ti offrivo.
L’esplosione del mito, l’ideale che ti attorce tutta con i suoi tentacoli, la spinta alla vita vitale, nonostante il niente, la tristezza che si insinua nell’evocare la fine vissuta fino quel momento, mi prese alla gola.
Ti appartenevo, lo capivo, lo avvertivo e ne ero spaventata e intrigata.
Ero tua, anche mentre graffiavo con ironia per darmi tono, la pazienza insistente del tuo sorriso che non smetteva di provocarmi, sorridendo.
Quella sera di mare.
Dovevi essere il mio cavaliere. Il tuo cavallo la speranza.
Ma non volevi catene al dito.
Mi sono consumata, bruciata, sfinita nel deserto più lontano e più vicino al tuo respiro.
Mi sono nascosta piangente e inutile nelle note della tua musica.
Si, eri un mito irraggiungibile, sfuggente, nonostante e solo per la sera di mare, nella sinfonia dei miei pensieri.
Avrei desiderato un concerto di grilli, un cielo di lucciole per noi.
Invece il solo suono che ascoltavo, era lo stridio delle mie unghie che si spezzavano su quel lucido ghiaccio di specchio.
Ti ho tradito, come ho tradito me stessa, per una realtà che mi ha sfiancato con i suoi speroni. Il mio corpo da sfamare, da soddisfare.
Tu, nella via Lattea a trascinare il tuo freddo, dopo che avevo smesso di scaldare col mio alito, i tuoi passi.
Ma non ti ho dimenticato. Mi martelli fisso, quando spio dal buco della serratura, la mia incoscienza senza freni.
Esplodi, ribolli, schiumi. Mi parli suadente e ancora si riaccende l’empatia delle sospirose sensazioni più recondite.
Ti appartengo per un amplesso che si perde, ora, nella nostalgia, che mi lascia annichilita, attonita. Fremente. Morente.
Una agonia.
Nel nero dei sogni, mi accarezzi ancora e ansimo.
La mattina scorgo il disegno delle tue dita, sulle mie gote rigate, trovo frammenti della tua pelle, nei mie pugni chiusi.
Non voglio più pensarti, non voglio più saperti.
Non ti voglio nella mia essenza.
Cammino delusa, staccata dalla tua vigliaccheria di uomo.
Ma non di mito.
Anche se ti amo, ti amo, ti amo.
Scarabocchi sul foglio, appunti, poesie, diario. Solo foglie che si staccano in autunno e si accartocciano a terra.
Dove sei? Con chi sei?
Torna, ritorna, qui subito, adesso, ora, immediatamente, domani!
Torna presto.
Basta inverno. Voglio estate, ma non quella estate!
Allora, scorsi il tuo primo capello bianco, ti rendeva affidabile, responsabile.
Fosti tu, a decidere di strapparlo.
Dov’è ora quel capello, ora che ti vedo calvo?
Non avverti là, lì, chissà in che angolo del mondo sei, lo strappo al Lem, a quella luna, di quella notte che favorì e protesse la nostra comunione?
Hai scorrazzato abbastanza, mi dico adesso, a cinque anni di distacco, tanto doloroso quanto assurdo.
Torna, prima di diventare vecchio, prima di restare assente alle spinte di vita, alle esplosioni di gioia.
Rimedia il torto.
Mi hai provocato, mi hai acchiappato, mi hai preso.
E mi hai respinto, per alterigia.
Avvilita, offesa dalla tua prepotenza, poiché tu dovevi rendere conto al tribunale della gente, delle tue voglie di me.
Tu eri una creatura speciale? Si, l’uomo ideale.
Ho lottato per te, ti ho aspettato ogni secondo scandito.
Per una sera di mare che ha portato non onde. Solo silenzio.
Smisi di lottare, smisi di aspettare, quando intuii la tua freddezza glaciale.
Eri solo un divo da venerare, da ingraziare.
Un fauno immortale non si concede, si dà una volta ogni tanto.
Per averti finalmente e solo per me, avrei dovuto strappare a morsi, la velina del mito che ti vestiva e prenderti, senza cavallo, senza speranza.
No. Rimani aquilone, rimani uva della volpe bugiarda.
Rimani fantasma, rimani spirito inquieto.
Che non debba mai vederti in mutande, vomitare i resti di una sbronza indigesta e consolatrice.
Che non debba mai patire la tua noia, sentire i tuoi rumori di abitudine, condividere il fiele delle tue rinunce.
Vai, libero nella solitudine di me, a cui ti abbandono.
Ma credimi se puoi, sempre ti amerò.
Lasciami baciare le tue labbra. Ti prego. Cercami una volta soltanto.
Per l’ultima volta.
Sono solo io, che ti ho tenuto in ricordo di esistenza.
Ed ora, io ho deciso di farti morire. Finire. Scomparire
Per celebrare il mio rito.
Che non prevede la comparsa, la compagnia di un mito.

Alla cortese attenzione è un libro di lettere che ho scritto nel 1976, mai pubblicato…



Potete trovare l'originale qui:
http://lortodirosanna.wordpress.com/2012/04/28/quarto-libro-5lettera-alla-cortese-attenzione-del-mito-2/

lunedì 13 agosto 2012

PREDILETTO E UNICO FIGLIO

Ancora ROSANNA MARANI. Quando, qualche giorno fa, mi ha regalato un'altra sua poesia intitolata "LE NOSTRE NOZZE", io sono rimasta colpita dai bellissimi versi 


"A cullare l'amore per noi
prediletto e unico figlio" 

Quei versi mi hanno colpito, perché è proprio così che io avverto il sentimento d'amore, come un figlio da proteggere, accudire e crescere. Ma io non ho figli, mentre Rosanna è madre. E se anche lei, essendolo, sentiva come  "prediletto e unico figlio" l'amore per un uomo...
Quando le ho sottolineato il concetto, lei mi ha scritto:



"E' per l'uomo che amo che ho amato e che amerò per sempre anche se lui non mi ha amato non mi ama e non mi amerà.. per sempre"


Ce n'era abbastanza per suscitare tutto il mio interesse.

Prima di leggere direttamente dalle sue parole questa storia, però, vorrei che andaste a vedere chi "è stata" - come dice lei - ROSANNA MARANI. 
Basta cercare il suo nome su WIKIPEDIA...